“Se questo è un uomo” Primo Levi - di Stefano Laboragine


di Stefano Laboragine - labo'
Quando Cristian Vasciarelli (Contemporary Art Gallery C.30 Bologna) mi ha presentato il progetto “LETTURA FRESCA”, cioè la rilettura artistica del contenuto di un libro significativo per l’artista, utilizzando come supporto interpretativo il libro stesso, ho consumato alcune ore davanti i ripiani della libreria, nell’attesa che un volume tra i tanti suscitasse “l’ispirazione”, giusta per il progetto. Sono stato combattuto tra tre titoli, ma uno di loro aveva tra la copertina e la prima pagina, una sporgenza, un lembo di carta che non ricordavo. Lo tiro fuori e sopra c’era disegnato un carro di legno pieno di corpi privi di vita, trainato da un uomo. Lo avevo fatto nel 1996. Mi sono detto, questo è il libro: SE QUESTO E’ UN UOMO di Primo Levi.
Ogni volta che ho davanti la tensione scritta sul volto di Primo Levi, per chissà quale acrobazia emotiva o esercizio della suggestione, immagino una porta, la “porta”: quella che chiudeva i capanni dei campi di concentramento. E mi assorda un crudele frastuono di ferro e cuoio. Il ferro disumano della tortura, il ferro suonante delle chiavi degli aguzzini nel rinchiudere i deportati nei loculi dei dormitori o nei forni crematori. Il cuoio nero e lucido degli stivali dei gerarchi: ne vedo la loro follia riflessa sulle punte, i loro occhi accecati dalla forza prepotente della sopraffazione. Ma la porta è la metafora della storia, della nostra storia di uomini. La letteratura, la musica, la pittura, l’arte in generale nella sua sublime intimità, deve - e può – mantenere viva la memoria, deve lasciare aperta la “porta” della testimonianza. L’ Arte senza l’impegno, senza la forza del coinvolgimento, è futile, vana, è solo inutile manierismo estetico.
La lettura di Levi è sempre, irrimediabilmente, drammatica; lascia le piaghe nella parola, nell’immaginazione e ti domandi: “E’ questo un uomo? E’ questa la storia che precede il nostro presente? Dove era l’Uomo nel suo individualismo perverso, quando ha permesso la tragedia delle tragedie?
Siamo certi che questa storia è la pagina più sporca che l’uomo abbia potuto scrivere? Eppure sono ancora tante le barbarie contemporanee, sottaciute, finanziate. Penso alla terra di Palestina, al popolo afgano, a quello tibetano, agli irakeni, agli africani, e mi convinco sempre più che la porta non va chiusa.

La scelta del supporto cartaceo, non è casuale. Ho scelto un’agenda che mi è stata regalata due anni fa da una amica ebrea. Me la regalò perché potessi segnarci sopra i giorni a venire, ma soprattutto perché disegnassi i volti immaginati dei suoi familiari (11) morti a Birkenau. Da anni con l’arte mi sforzo di interpretare la shoah, avverto la necessità di non dimenticare, di non far dimenticare, ma soprattutto di pensare che chiunque osservi i miei lavori dedicati allo sterminio degli ebrei, risvegli la coscienza e tremi di fronte a tanta disperazione. Quando si affronta l’Olocausto è difficile - se lo si fa con gli strumenti della rappresentazione pittorica - non cadere in una certa oleografia, tante volte riproposta attraverso la documentazione fotografica. D'altronde, come si fa a trasmettere o a immaginare lo sterminio degli ebrei, se non si ricorre al filo spinato, alle recinzioni elettrificate, agli zoccoli di legno, alle divise a bande bianche e blu, ai camini dei forni crematori, alla eleganza rigorosa delle divise delle SS e ai vagoni merci piombati diretti verso i campi di concentramento?
Allora il compromesso è: riproporlo nelle modalità artistiche più emotivamente comunicative, il più vicino possibile alla sensibilità dei fruitori, di chi conosce la storia o la rievoca attraverso le immagini del disegno, dei colori. Un modo altro per ricordare. Stefano Laboragine - labo'

IL VIAGGIO di Stefano Laboragine - labo'

DU JUDE KAPUTT di Stefano Laboragine - labo'

SUL FONDO di Stefano Laboragine - labo'

OTTOBRE 1944 di Stefano Laboragine - labo'

KA-BE di Stefano Laboragine - labo'

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L'ULTIMO di Stefano Laboragine - labo'

02464421 di Stefano Laboragine - labo'

PRIMO di Stefano Laboragine - labo'

INIZIAZIONE di Stefano Laboragine - labo'

A.H di Stefano Laboragine - labo'

tratto da "POI TORNERO' " (2006) di Stefano Laboragine




[...]Nel pomeriggio Guido restò vittima della spossatezza. Gli crollò addosso con tutto il castigo delle ore insonni. A letto mi concentravo inutilmente sulla possibilità di essere disturbato da qualche rumore o un suono in quella vescica di desolante silenzio contadino. Udivo solo il richiamo esausto degli uccelli e qualche isolato mugghio dalla collina sottostante. Di tanto in tanto giungeva, senza pause di tempo stabilite, il ferro battente in lontananza di qualche ostinato lavoratore.
Annoiato, percorsi il torace con le dita e ne spalmai su tutto il petto, col palmo, il sudore che contrariava il mio riposo e irritava il mio bisogno di quiete. Posai gli occhi sull’ombelico e mi sorprese la disperazione del ricordo di mia madre.
Tra i peli sfioravo con l’indice i lembi di quella cicatrice che si aggricciava sotto i polpastrelli. Era l’unica cosa reale che testimoniasse l’esistenza di mia madre, dopo il male che l’aveva portata via e divorata come un lupo affamato, nel recinto della beatitudine. La toccavo con rispetto.
In quella distorta rotondità, rividi il suo volto delle ultime ore, quando al suo respiro affannoso avrei voluto aggrapparmi con tutta la forza dell’adolescenza, perché in quel volare leggero verso la morte, avesse portato anche me.
Quel punto nel mezzo del ventre, quel nodo fatto da chissà quale marinaio nel porto di una stanza d’ospedale tra la brezza d’alcool e disinfettante, era l’emblema concreto dell’amore, era la corda che aveva tenuto unita la mia esistenza prenatale a quella di una donna che aveva saputo dare forza ai miei giorni e donarmi alla vita, la stessa che a C. ripensavo sempre con meno entusiasmo.
Invidiai i contorsionisti, per la mia incapacità di poter raggiungere con le labbra quel punto nel centro esatto del mio corpo, così da poterlo baciare e dirgli grazie. Ci fosse stata Luisa con me, avrei chiesto di farlo a lei. Ma quella concavità apparteneva soltanto a me, era l’ultima escrescenza di mia madre morta, che avrei portato addosso fino a farla morire definitivamente con me.
Alzatomi dal letto proseguii scalzo fino alla stanza di Guido per spiarlo. Con un braccio infilzato sotto il cuscino e i pantaloni slacciati, stava recuperando il rapporto ormai in crisi, con il letto prima ancora che con Giulia. Era totalmente imprigionato nel sonno, che ormai lo braccava già da qualche ora. In punta di piedi recuperai le scarpe in camera e le indossai in cucina.
La frutta sul tavolo stava sospettosamente assumendo nuovi colori e la profumazione era più intensa e violenta. Volevo concedermi una camminata solitaria per le strade di C., tentando di scoprire qualche posto entusiasmante capace di rivelarmi la vera identità di quel paese.
Fuori dal cancello, dopo aver osservato il paesaggio, mi avviai, senza alcuna precisa idea di dove volessi andare, sulla strada che costeggiava la collina, alle spalle della casa rossa.
Ai margini si alternavano impolverate siepi di more e spinose piante di fichi d’India. Il brecciame che ricopriva la terra tracciandone la via esasperava le suole dei miei mocassini, inadatti a quel tragitto. Mi spostai verso l’esterno e camminai sull’erba alta. Più avanti la collina si affossava sempre di più a formare una conca. La veduta era davvero incantevole: ettari ed ettari di terreno uniti in un immenso mosaico di colori e frutti; davano l’impressione di essere di pasta di mandorle.
Iniziai l’incipiente discesa verso quell’avvallamento, in un alternarsi – divertente e pericoloso – di passi e scivolate sull’erba bassa della stradina. Decisi di toccare coi piedi il suolo e tolsi le scarpe di città.
Avvertivo il piacere infantile di imbrattarmi in quel terreno antico e grasso di sterco. La sensazione, per ogni passo che facevo, era come di sprofondamento, un vertiginoso risucchio. Una mollezza lenta e innocua tratteneva i piedi in un’amichevole costrizione. Pensai a Guido sul letto e sorrisi al pensiero di potermi vedere lì, nella proprietà di chissà chi, a sporcarmi i piedi di terra e merda secca.
Cominciai a scoprire i segni di quel paesaggio. Riassestavo le sensazioni e le spingevo alle soglie della memoria, fino a incorniciare i visi e le braccia della mia famiglia che da anni avevo dimenticato. Rividi quegli spazi abitati dalla mia famiglia, i giochi di legno, l’asino fedele e svogliato del nonno, la casa sull’albero costruita con gli zii. Mi sentivo avvolto in un effimera leggerezza, e mi trovai sospeso in quell’aria vergine alla modernità. Camminavo ma avrei voluto correre, per affannarmi di quegli odori vecchi di vita. Volevo rubarne la ricchezza e recuperare in pochi minuti, tutta la miserevole quotidianità di un’esistenza elemosinata in città.
Quella proprietà non aveva alcun riferimento convenzionale dei confini. Né un palo, né una recinzione o un muro a tenere quel giardino immenso di genuinità. Stava lì, insieme, definito senza ombra alcuna di contorno, eppure da lontano si leggeva l’identità comune di quel posto.
Erano gli alberi di pero, i mandorli e i lunghi corridoi eleganti e ricchi dei filari della vite, a definire il tragitto di quel campo rinascimentale. Lo seguii fin sotto la porta del casolare in pietra bianca che dominava la distesa.
Alle spalle della casa udivo lo scoppiettio fumoso delle stoppie. La porta era aperta ma dentro non c’era nessuno. Con gli occhi solerti, rapii con uno sguardo l’interno che apparve desolato e disadorno di suppellettili. Percorsi le pareti basse del contorno della casa e mi affacciai sull’altra spalla della montagna. Quella casa era stata costruita proprio sulla colonna vertebrale della conca, e tutt’intorno le cime delle due colline, come seni vigorosi e colmi, accoglievano le piante in una estasiante composizione.
Quella terra era viva.

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO? di Stefano Laboragine - labo'


Ho sempre creduto che la straordinaria sceneggiatura del film scritta da Ugo Pirro ed Elio Petri, fosse uno spaccato romantico, quanto drammatico, della condizione operaia nelle fabbriche del Nord. La cronaca di questi mesi mi lascia pensare che in fondo quel titolo è in qualche modo profetico: non c'è scampo per gli operai...
Immagino San Pietro sull'uscio dell'eterna felicità, che consegna casco, guanti e scarpe antinfortunio ai suoi inquilini augurando loro "buon lavoro" e chiedendo scusa per i padroni distratti e incoscienti che hanno conosciuto sulla terra. Stefano Laboragine

SUL FILO DI LAMA



Non sempre il talento delle persone viene pienamente riconosciuto e gratificato. Sì, viviamo in una società corrotta, lo so, fatta di "caste" (io preferisco chiamarle cosche e non per ironia) dove prevale il più forte non perché è tale in termini di professionalità, capacità e impegno, ma solo per via di legami più o meno stretti "con chi può",con chi promette e mantiene, con chi fa della meritocrazia un dettaglio trascurabile in questo Paese che ne estranea per intero il significato. Marcellino Lombardi è un giovane autore e un mio carissimo amico che scrive da sempre, e da sempre lo sa fare. Marcellino ha molte storie, alcune vissute in prima persona altre interpretate, che racconta con una raffinata e arguta capacità letteraria. Le storie che narra in brevi racconti, tracciano un profilo amaro e reale della nostra Italia contemporanea, in alcuni profetizzando addirittura situazioni attuali. Il tutto viene scandito con uno stile ironico e tagliente che sublima il paradosso e non può trattenere le risate del lettore che però, terminato il libro, deve necessariamente portarsi dietro le amare verità che Marcellino ha saputo tracciare. Il libro è da poco uscito per la casa editrice Nuovi autori e vi consiglio vivamente di non farlo mancare nella vostra libreria. Questo post non vuol essere un partigiano panegirico nei confronti di un fraterno amico, quanto piuttosto la testimonianza di come, a volte, anche chi non porta impresso sulla carta d'identità cognomi blasonati e non conosce caste, può riuscire a lasciare delle proprie passioni, del proprio talento il segno.

Auguri Marcè.
Stefano Laboragine

CENSURATO di Stefano Laboragine - labo'


Finire un quadro vuol dire farlo apparire in uno splendore per sempre inalterabile, puro, duro come la verità, tutto quel che mostra, rivela o suggerisce fino in fondo, nelle intenzioni, processi,ecc, la sua fabbricazione. Rendere il processo della pittura trasparente alla luce della mente. Rendere assolutamente chiaro il processo della ricerca, questo accrescimento, questa falsa e volontaria intenzione dell'arte, rendere chiari questi gradi, e strati di esercizio verso la luce, verso la liberazione. Fare di una tela una scala di conquista, ove la forza dello stile valga come viatico, e le tracce del lavoro risplendano come talismani.

BUON ANNO di Stefano Laboragine - labo'



A TUTTI VOI
CHE RAMINGHI VI AGGIRATE TRA LE STRADE SCONOSCIUTE DI QUESTO BLOG CHE NON HA NESSUNA PRETESA SE NON QUELLA DI CONDIVIDERE GLI UMORI BUONI CHE CERTI COLORI SPRIGIONANO QUANDO VENGONO LIBERATI DALL'ALLUMINIO PIEGHEVOLE DEI TUBETTI,
A VOI CHE CREDETE CHE L'ARTE E' FORSE L'UNICO LINGUAGGIO CHE RICONOSCE LIBERTA' ALL'UOMO,
A VOI ARTISTI CHE VIVETE NEL SOGNO DI DIPINGERE IL MONDO COPRENDOLO PER SEMPRE DAL GRIGIORE CHE LA STORIA GLI HA CUCITO ADDOSSO COME UNA SARTINA IMPROVVISATA,
A TUTTI VOI CHE AVETE LA CERTEZZA CHE L'ARTE PUO' RIDARE LA RAGIONE A QUESTO PIANETA IMPAZZITO,
A TUTTI QUELLI CHE CREDONO CHE UN'OPERA D'ARTE E' SOPRATTUTTO UN'AVVENTURA DELLA MENTE,
AGLI ARTISTI DI TUTTO IL MONDO, A QUELLI CHE SENTONO, ALL'ALTEZZA DEL CUORE, UN PIZZICORE INSPIEGABILE OGNI VOLTA CHE SI TROVANO DIFRONTE L'ETEREA BELLEZZA CHE SI RESPIRA SUL CORPO DI UNA TELA VERGINE,
A QUELLI CHE IMPUGNANO IL PENNELLO COME UNA POTENTE ARMA DI PACE,
A TUTTI VOI AUGURO UN 2008 DI CREATIVITA' E PASSIONE, DI ARTE E AMORE ASSOLUTO.


La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall'inquietudine, tende alla serenità.

labò

DI-SEGNO di Stefano Laboragine - labo'



Il disegno evidenzia un tratto abbastanza automatico nell'ambito di una esperienza che risente dell'informale. In seguito si struttura in vere e proprie immagini che tuttavia, tenendo conto del significato di ricerca inconscia del momento precedente, assumono valenze simboliche che si rifanno appunto alla psicologia del profondo. Tali immagini emblematiche, con connessioni e interferenze reciproche, si organizzano man mano in racconto. Il segno, acquistando più peso lo spazio, andrà man mano sfaldandosi e rarefacendosi, assumendo il significato di "viaggio" verso ambiti ignoti. L'esperienza tiene conto, direi, delle varie precedenti, riunendo il segno-viaggio al segno immagine, quest'ultima più libera e più ambiguamente stratificata nel suo significato emblematico.

da "APPUNTI DI UN AUTODIDATTA" - di Stefano Laboragine. MEDITANDO SUL SEGNO DELLA PITTURA E DELLA SCULTURA


(AI LIMITI DELLE PROPRIE FORZE).
Dato che: pesi di linguaggi, sistemi verbali, opere scritte, dipinti appesi, soluzioni che restano tra l'idea e le sospensioni; e tutto ciò che bagaglio conosciuto per i posteri enciclopedici o museografici o tutto ciò che bruciato sotterrato pensato e non eseguito, intercorre nello spazio fisico e mentale da quando: l'opera monumentale per necessità si è datata fa sì che il discorrere in maniera armonica intellettuale od operistica formula la grande esercitazione da palestra e foglio (forse) agli esrcizi in corso.

JOB LUNCH di Stefano Laboragine - labo'


Considero il mio lavoro una pura espressione di ordine mentale otticamente percepibile: visualizzazioni di pensieri, senza alcun riferimento esteriore alla natura, o volontà di trasformazione della stessa; senza cioè l’intervento di un processo di astrazione. In questo momento, facendo riferimento al dipinto, è sopraggiunta nella mia ricerca la necessità di richiamare, di rimettere in discussione il segno della PITTURA-PITTURA, della pittura nel senso stretto del termine, la pennellata, la sfumatura; richiamare in azione lo stato d’animo e le sensazioni, e dove, si sa, agisce anche l’impulso di distruzione, il gusto della contraddizione. Cosicché nelle mie opere più recenti il segno dell’immediata urgenza espressiva contraddice l’intenzione progettante, il segno “linguistico”, le campiture impersonali, lo sforzo teso a mantenere l’ordine, il rigore acquisito. Nel mio pensiero è sempre stato presente il desiderio di MUTAZIONE, senza però tralasciare di perseguire una identificabile CONTINUITA’.

ERRI - di Stefano Laboragine - labo'

di Stefano Laboragine - labo'
Sporadicamente mi prendo la licenza di interferire su questo blog, che dovrebbe interessarsi principalmente di arte, con tematiche altre che irresistibilmente voglio condividere con chiunque si trovi a curiosare tra i miei post. Sì, lo ammetto già le layout hanno poco a che fare con la mia pittura, ma forse nel loro sarcastico e ironico contenuto (ammesso che sia ironico… alcuni sono drammatici) c’è qualcosa di artistico, di dissacrante, almeno nei titoli. Questa volta voglio parlarvi di uno scrittore, un grande scrittore ma soprattutto un grande uomo. E’ il mio preferito e non solo perché napoletano, ma perché lui di storie da raccontare ne ha davvero tante e tutte vissute sulle spalle, incise nella pelle sottile che gli protegge il viso ossuto e sereno che ha la fortuna di avere. Parlo di Erri De Luca, alter ego dei miei giorni passati e di quelli a venire. De Luca è noto al panorama letterario italiano, e non solo, per la sua straordinaria qualità narrativa che gli viene riconosciuta anche da premi importanti (che lui rifiuta di ritirare), ma anche per le sue vicende personali: a diciotto anni, nel 1968, si trasferisce a Roma. Qui, abbraccia l'azione politica, respingendo la carriera diplomatica alla quale era avviato. Negli anni '70, è dirigente attivo in seno al movimento d'estrema sinistra Lotta Continua diretto da Adriano Sofri. In seguito lavora come operaio qualificato alla FIAT, come magazziniere all'aeroporto di Catania, camionista, poi muratore, e come tale lavorerà in diversi cantieri francesi, africani e italiani. Benché non avesse smesso di scrivere dall'età di vent'anni, il suo primo libro, Non ora, non qui, è pubblicato in Italia soltanto nel 1989. Ha praticamente quarant'anni al momento di questa prima pubblicazione e continua a lavorare nell'edilizia. Durante la guerra nella ex Iugoslavia, è conducente di convogli umanitari a destinazione della popolazione bosniaca. Ha imparato numerose lingue da autodidatta, tra cui lo yiddish e l'ebraico per tradurre la Bibbia, alla quale dedica ogni giorno un'ora di lettura, anche se si dichiara non credente. Io De Luca lo porto al lavoro: nella mia borsa non mi faccio mai mancare un suo scritto. Il bello dei suoi libri(solitamente non superiori alle centoventi pagine) è che si fanno consumare lentamente, ti avvolgono nella poetica come cera e non hai voglia di divorarli subito; sono come un vino invecchiato di anni o un buon sigaro: vanno assaporati. Assorbi tutte le parole con la calma e la lentezza che meritano, perché ti restino impressi tutti i sapori, perché ti lascino tracce irripetibili. Io De Luca lo “mangio” nella pausa pranzo assieme al panino. Leggerlo in quella mezz’ora è come una carezza paterna, è come l’abbraccio di un amico vero, è come una compagna che sai non tradirà mai i tuoi sogni, e parola dopo parola, ingoio tutte le lettere, tutte le virgole. Bastano poche pagine a saziarmi…

"Sono rimasto a fare l’operaio, là dove avevo cominciato. Mi spinge a questo mestiere solo il desiderio di restare a farlo fino all’ultimo giorno.” Hai conservato a lungo un corpo teso, veloce. “E’ frutto del lavoro manuale, anche se il termine non è esatto, non è nelle mani la fatica. Preferisco chiamarlo lavoro dorsale, è lì che si accumula lo sforzo. Alla sera nel letto risento sulle costole i quintali che mi sono passati addosso. Le mani non penano al lavoro, ma una schiena che è rimasta china o sotto carico tutto il giorno è solo un fascio di nervi indolenziti. Perciò li chiamano lavori dorsali. Con gli anni la cadenza della fatica è entrata nel sangue, la vena batte i colpi necessari, il corpo si conforma allo sforzo. In quelle ore riesco ad accogliere pensieri, c’è un tempo per loro sotto il respiro corto, sotto il sudore. Passano parole in viaggio, appunti che trattengo a mente e mi fanno compagnia. D’improvviso sul cantiere un operaio sotto un lavoro intenso attacca un canto, un’allegria impossibile. E’ lo sfiato di un pensiero uscito dai colpi regolari, mentre spala macerie o attacca calce con il colpo rapido del polso: un ritmo di respiro gli ha ricordato una frase, una strofa e lui la canta. Nessuno lo segue, ma lui continua finché ha smaltito lo spunto salito da uno sforzo. Invece io non canto, rigiro in testa qualche frase e la conservo fino all’ora di uscita” (da Aceto, Arcobaleno, di E. De Luca ed. Feltrinelli)

http://www.youtube.com/watch?v=1y-BC1uJxUc

ROSSO - di Stefano Laboragine - labo'



Capita che ti trovi una mattina di lunedì per strada. Capita che tra i tanti semafori pedonali che incontri sul percorso che ti porta al lavoro, uno ti faccia riflettere. Rosso. Stop. Obbligo di fermata. Capita anche che non sei da solo. Uno, due, cinque, vecchi, bambini, ragazzi con le orecchie tappate dalle cuffiette, mamme con i passeggini. Capita, è successo a me, di fissare, come per un'ipnosi obbligata, quella potente lampadina rossa che si riflette sull'asfalto bagnato. E pensi: fammi vedere se anche gli altri stanno facendo la stessa cosa. Scoperta: no!. Sono solo io a guardarlo, gli altri con la testa china o con lo sguardo proiettato verso altri nebbiosi orizzonti, aspettano che i miei piedi diano il via. Una sorta si silenzio assenzo, una sorta di fiducia cieca: è inutile stare lì a fissare quel palo luminoso, basta uno che si avvia e possiamo andare. Pascoli erranti di bipedi civilizzati verso la transumanza del nulla. Tutti spinti in avanti dagli orologi che inghiottono avidi ore in minuti, e non sono mai abbastanza. Corriamo, aliti affaticati, corse di mocassini sui marciapiedi. Corriamo... dove? Verso cosa? E ti accorgi che la società moderna, le grandi città, sono abitate da automi telecomandati. Sì, il semaforo è importante, ma ti accorgi dell'idifferenza degli sguardi, del grigiore dei loro occhi pronti a recepire tutti i messaggi non verbali che riempiono le strade larghe delle metropoli. C'è qualcuno che ogni giorno, come un comandante di plotone, ordina masse di uomini di tutti il mondo, senza pronunciare parola, solo con l'utilizzo di tre colori:verde, giallo, rosso. Lo so, questa riflessione può apparire demenziale, ma sono queste le cose che mi sottraggono l'attenzione per ore, a volte (vergognandomi anche un pò...) per giorni. E se ci fosse "uno" solo a muovere l'interruttore On- Off? Il semaforo non è solo quello straordinario attrezzo luminescente ideato per regolare i flussi caotici del traffico, è anche - è mio parere - la metafora ridicola della nostra società, di questo assurdo presente fatto di rumore nel silenzio delle parole. Non si parla più. E se per un normalissimo guasto, il rosso di quel semaforo si fosse bloccato? Saremmo ancora lì ad attendere nuovi ordini dal comandante tricolore. Questo è un dramma, la nostra civiltà è ferma al semaforo, strettamente legata -in modo vitale - alle tecnologie (come farei senza il mio blog?!). Sembra non esserci più spirito critico, totalmente assente l'interazione fra i tanti attori della società, neanche con l'antico e anacronistico "buongiorno".
E se domani ai semafori ci guardassimo negli occhi e ci sorridessimo? Basterebbe anche una banale riflessione meteorologica sul tempo: "Eh, sembra proprio che sia arrivato l'inverno", "Sì, sembra proprio di sì; "Ah, ecco è verde!", "arrivederci", "buona giornata". Che il semaforo pedonale diventi nello spazio urbano del mondo, il palo luminoso della socialità. Al rosso non fermatevi, andate avanti con la mente.

A PRANZO CON MARX. di Stefano Laboragine - labo'


Quando una cultura non possiede le virtù della vita capace di progettare il futuro, diventano virtù anche quelle di una vita in declino: si può così, nel tramonto, prolungare la parabola della creatività e consentire che ancora un segno sia lasciato sulla terra. "Decadenza" può designare, negativamente, il processo di degradazione della civiltà, di disgregazione dei valori su cui essa si è originata, di perdita della sua unità organica. Non ricordo quale psicologo (reminescenze di letture abbandonate sul comodino per mesi, troppo inquietanti per facilitare il sonno), credo francese, sosteneva che, nelle fasi di decadenza, come la vita non risiede più nel "tutto", anche lo stile nell'arte decadente dissolve l'unità dell'opera: la pagina si separa dal testo che la contiene e la giustifica, poi la stessa pagina si decompone, rendendo autonoma la frase che, a sua volta, toglie ogni vincolo alla parola, lasciandola nella sua totale indipendenza, completamente separata dal contesto di cui fa parte (sarà un esempio valido? boh...). Lo stile del declino è una "anarchia" di parti disarticolate, lontane dall'origine e prive di fondamento, che impedisce all'opera di testimoniare la verità e ne spezza il legame vitale con il mondo. Spesso mi trovo sull'isola senza mare del declino: decadenza assoluta.

GAETANO ARFE' di Stefano Laboragine - labo'


Vi domanderete: «chi è questo signore della foto?». Forse il suo volto è poco noto, ma il suo nome e il suo impegno politico e culturale senz’altro no. E’ il professore Gaetano Arfè. No, non uomo d’arte, ma un uomo come pochi che si ha la fortuna di conoscere nella vita. E’ stato il mio professore di storia contemporanea all’università è soprattutto è stato un maestro per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire i suoi appassionanti corsi. Se ne è andato il professore Arfè, il 13 settembre di quest’anno. Gaetano Arfè era nato a Somma Vesuviana (Napoli) il 12 novembre 1925. Laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Napoli nel 1948, si specializzò in Storia presso l'Istituto italiano di studi storici presieduto da Benedetto Croce, con cui entrò in contatto fin dal 1942.
Nel 1944 si arruolò in una formazione partigiana di "Giustizia e Libertà" in Valtellina. Nel 1945 si iscrisse al Partito socialista e divenne funzionario degli Archivi di Stato intorno al 1960. A Firenze era già entrato in contatto con Calamandrei, Codignola e il gruppo de "Il Ponte" e aveva collaborato con Gaetano Salvemini alla raccolta dei suoi scritti sulla questione meridionale. Nel 1959 venne nominato condirettore della rivista "Mondo Operaio", carica che conserverà fino al 1971. Dal 1966 al 1976 fu direttore dell' "Avanti!". Nel 1979 venne eletto deputato al Parlamento europeo per il collegio Nord-est, fu relatore sul tema della politica televisiva europea e promotore della Carta dei diritti delle minoranze etniche e linguistiche, e altro ancora.
Ho voluto dedicargli un piccolo spazio nel mio blog perché giorni fa, leggendo un saggio a lui dedicato, scritto dal caro e stimato amico Ugo Frasca (giornalista pubblicista, insegnante di Storia del pensiero politico contemporaneo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università "Federico II" di Napoli), ho avvertito la necessità, per la lucidità, per la schiettezza, per la lungimirante prospettiva dell’analisi del contesto nazionale e internazionale, per la rara onestà intellettuale che il professore vantava, di ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha fatto, per tutto ciò che ha lasciato in eredità alla cultura di questo Paese ormai alla deriva. Il Professore, durante una lezione in cui si parlava dell’ 8 settembre, chiese a ognuno di noi un parere sul libro di Claudio Pavone “Una guerra civile”, ascoltò i nostri pareri con interesse, poi alzatosi da dietro la cattedra, disse: “sì, è stata una guerra civile, ma oggi sento di dire che è stato soprattutto un fratricidio". Lui la storia non la insegnava, la raccontava.

Stefano Laboragine